giovedì 28 aprile 2016

“Ping” e “Ok”: così l’Italia si collegò a internet




Il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il ministro Stefania Giannini celebrano al Cnr di Pisa l’Italian Internet Day: i 30 anni dalla prima connessione alla Rete

Dall’allora Cnuce del Consiglio nazionale delle ricerche, il 30 aprile del 1986, partì questo semplice comando-messaggio: “Ping”. Da oltreoceano, precisamente da Roaring Creak in Pennsylvania, si rispose con un semplicissimo “Ok”. Così l’Italia si collegò ad Arpanet, la rete statunitense antesignana di Internet. Il collegamento avvenne a ‘ben’ 64KB tra la sede del Cnuce-Cnr, in via Santa Maria a Pisa, e quella di Telespazio, nella piana abruzzese del Fucino, rimbalzando attraverso il satellite Intelsat V, e da lì a Roaring Creek. Quella connessione stabilita con Arpanet, la prima in Italia, fu la quarta in Europa, dopo quelle stabilite in Inghilterra, Norvegia e Germania. Un anno dopo, l’Italia registrerà il primo dominio ufficiale con suffisso .it: 'cnuce.cnr.it'. Oggi l’eredità di quella tradizione 'pragmatica' nella gestione delle reti, tra le altre cose, è dell’Istituto di informatica e telematica (Iit-Cnr) presso il quale opera il Registro.it, l’anagrafe di tutti i domini made in Italy.
Domani venerdì 29 aprile a partire dalle ore 10, presso l’auditorium dell’Area della ricerca di Pisa del Cnr (via G. Moruzzi, 1), si celebrerà il trentennale di Internet con un programma ricco di interventi pensati come una ideale timeline che, partendo dal 1986, si spinge a disegnare gli scenari futuri di Internet. Dopo i saluti istituzionali di Domenico Laforenza, direttore dell’Iit-Cnr e responsabile dell’Area Cnr di Pisa, e del presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, del sindaco di Pisa Marco Filippeschi, interverranno molti ospiti, tra i quali alcuni protagonisti dell’‘epopea’ internettiana, e cioè i pionieri del Cnuce-Cnr: Luciano Lenzini, Gianfranco Capriz, Stefano Trumpy, Marco Sommani, Antonio Blasco Bonito. Per tracciare le linee dell’Internet del futuro, sono previsti gli interventi di Renato Soru, presidente di Tiscali, Roberto Sabella, direttore ricerca ed innovazione di Ericsson, Giancarlo Prati, direttore dell’Istituto di tecnologie della comunicazione, dell’informazione e della percezione della Scuola Superiore Sant’Anna, Marco Conti, direttore del Dipartimento di ingegneria, ict e tecnologie per l’energia ed i trasporti del Consiglio nazionale delle ricerche (Diitet-Cnr) e di Francesco Pavone (direttore del Lens dell’Università di Firenze). A concludere i lavori saranno gli interventi del presidente del Consiglio Matteo Renzi, del ministro Stefania Giannini e del presidente del Cnr Massimo Inguscio.
“Entrai al Cnuce nel settembre del 1972 come studente lavoratore ai grandi calcolatori. Avevo 20 anni e ho avuto la possibilità di lavorare con persone di altissimo profilo professionale, in un ambiente irripetibile intriso di competenze e entusiasmo. Oggi, con una punta di commozione, posso dire ‘Si, io c’ero!’”, dichiara Laforenza.
“Il Cnr è stato, è e resta un protagonista indiscusso nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione”, osserva Inguscio. “Questo evento non è una semplice commemorazione ma anzi ci lancia verso il futuro. La stessa sinergia tra Cnr, Università e mondo industriale che portò alla nascita della Cep (la Calcolatrice elettronica pisana) e allo sviluppo dell’informatica pisana che oggi ricordiamo promette di essere vincente nelle nuove comunicazioni, che si baseranno sulle tecnologie quantistiche. Una flagship sulle tecnologie quantistiche è stata appena approvata dalla Commissione europea e l’Italia è pronta a ricoprire un ruolo da protagonista”.
L’Italian Internet Day diventa anche un film-documentario dal titolo ‘Login. Il giorno in cui l’Italia scoprì Internet’, scritto da Riccardo Luna e diretto da Alice Tomassini. Alcuni estratti del docu-film verranno mostrati al pubblico nel corso dell'evento di Pisa, mentre la versione integrale andrà in onda in prima visione la sera stessa del 29 aprile su Rai5 alle ore 19.50.
Durante la mattinata al Cnr, verranno effettuati collegamenti via skype con alcune delle decine di città italiane dove si festeggia l’Italian Internet Day.

Celebrata a Pedara la Giornata della Salute della donna




L’appuntamento, organizzato e promosso dal Comune e dall’Asp di Catania-Distretto sanitario di Gravina di Catania, ha inteso promuovere la salute della donna.

PEDARA - Celebrata ieri, 27 aprile, nel Comune etneo la I Giornata nazionale della Salute della donna.
La Giornata, a livello nazionale, è stata istituita con Direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri l’11 giugno del 2015 con l’obiettivo di sensibilizzare i cittadini sul tema del benessere della donna.
L’appuntamento di Pedara, organizzato e promosso dal Comune e dall’Asp di Catania-Distretto sanitario di Gravina di Catania, così com’è nello spirito dell’iniziativa nazionale, ha inteso promuovere la salute della donna come un investimento sia per la salute della popolazione, sia per la diffusione di una nuova cultura del benessere.
Nella mattina di ieri, e fino al primo pomeriggio, è stato possibile, per le donne residenti nel Comune, effettuare visite ed esami ginecologici gratuiti nel Consultorio familiare, nel Poliambulatorio e nel Palazzo Expo. È stata ampia l’adesione della popolazione femminile. 
Alle ore 18.30, presso il Palazzo Expo, si è svolto un interessante e partecipato seminario sul significato degli screening per la prevenzione dei tumori alla mammella, all’utero, al colon retto.
Una sessione di lavoro è stata dedicata, inoltre, al tema della violenza sulle donne.
Hanno introdotto i lavori il dott. Antonio Fallica, sindaco di Pedara e il dr. Carmelo Sambataro, direttore del Distretto sanitario di Gravina di Catania.
Sono quindi intervenuti: la dott.ssa Marina Consoli, assessore comunale alle Pari opportunità; il dr. Vincenzo Ricceri, direttore del Dipartimento di Scienze radiologiche dell’Asp di Catania; la dr.ssa Paola Beretta, dirigente medico ginecologo del Consultorio familiare di San Giovanni La Punta; la dr.ssa Luisa Gitto, dirigente medico ginecologo del Consultorio familiare di Pedara; la dr.ssa Rosi Bonina, medico specialista del Laboratorio analisi di Tremestieri Etneo; la dr.ssa Giusi Scalia, rappresentante dell’Associazione antiviolenza “Galatea”.


 
Massimo Cappellano


Disastri ambientali, una storia italiana

Un saggio di Gabriella Corona dell’Issm-Cnr, edito dal Mulino, racconta le trasformazioni ambientali del nostro Paese dall’unificazione nazionale ad oggi, e il modo in cui si sono intrecciate ai mutamenti socio-economici. 
Dissesto del territorio, consumo di suolo e inquinamento industriale sono solo le prime emergenze che l’Italia affrontò da metà ‘800 

Nella sua ‘Breve storia dell’ambiente in Italia’, edita da Il Mulino, Gabriella Corona dell’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli (Issm-Cnr) racconta i mutamenti occorsi nel nostro Paese dall’unificazione nazionale a oggi. “A partire dalla metà dell’800 l’Italia inizia ad affrontare le problematiche ambientali secondo una visione unitaria e temi come difesa del suolo, risanamento delle pendici montane, bonifiche delle pianure e protezione delle bellezze naturali ricevono attenzione da parte della politica e delle istituzioni pubbliche”, spiega Corona. “La prima emergenza, soprattutto nel Mezzogiorno, è il disboscamento delle zone montuose, che incrementa il fenomeno erosivo, il trasporto di detriti e il ristagno d’acqua soprattutto alle foci dei fiumi. Tra fine ‘800 e inizio ‘900 le aree boschive sono diminuite fino al 30% per lasciare spazio ad aree coltivabili, un trend poi diminuito fino alla metà del XX secolo quando le opere di rimboschimento hanno riequilibrato e invertito la situazione, tanto che la superficie boschiva attuale è più del doppio di quella dei primi anni del secolo scorso. Nonostante ciò, anche nell’Italia del secondo dopoguerra la situazione idrogeologica è talmente drammatica che ancora oggi circa l’82% dei comuni italiani è a rischio frane e alluvioni”. La seconda problematica ambientale ‘post-unitaria’ fu ovviamente quella dell’impatto conseguente all’industrializzazione del paese: “All’inizio del ‘900 il 20% delle industrie italiane era considerato insalubre e la percezione è sicuramente sottostimata. Lo smaltimento di fumi e fluidi tossici avveniva confidando nell’auto-depurazione dell’aria o nella diluizione dell’acqua, inoltre si riteneva che una barriera fisica come un muro, una ciminiera o un pozzo bastasse per mettere in sicurezza scarti nocivi e tossici”, prosegue la ricercatrice Issm-Cnr. “La sottovalutazione proseguì al punto che nel 1999 si individuarono 57 siti inquinati di interesse nazionale, soprattutto ex aree industriali come Porto Marghera, Gela, Taranto o Orbetello”. Terzo fenomeno socio-economico che ha inciso fortemente sul piano ambientale, il consumo di suolo provocato dall’urbanizzazione e dalla dispersione abitativa. “Per stare solo ai dati più recenti, tra il 1990 e il 2006 i cambiamenti di uso del territorio hanno interessato oltre 550 mila ettari, una estensione pari circa alla Liguria”, prosegue Corona. “L’incremento del consumo di suolo destinato ad urbanizzazioni è stato del 18% in montagna, del 44% nelle aree collinari, dove si aggiunge il 40% di forestazioni, e dell’88% in pianura. Un processo che ha colpito in maniera intensa anche i litorali: nel saggio di Fulco Pratesi si ricorda uno studio del Wwf realizzato tra il 1995 e il 1997 secondo cui il 58% delle coste italiane risultava interessato da occupazioni intensive e da edificato, il 13% da costruzioni sparse mentre solo il 29% era ancora libero anche se parzialmente occupato da campeggi, serre e costruzioni per l’itticoltura”. Nei decenni scorsi un modello fondato esclusivamente sul consumismo ha prodotto una crescita indifferente ai problemi del territorio, mentre proprio uno sviluppo rispettoso dell’ambiente è la miglior garanzia degli interessi anche economici. “Durante il cosiddetto boom e fino agli anni ’70 del secolo scorso, in particolare, l’economia e soprattutto l’industria chimica, petrolchimica e la siderurgia si sono sviluppate senza tenere conto dell’impatto sugli equilibri eco-sistemici e senza valutare i costi del ‘debito ambientale’ che sarebbero ricaduti sulle generazioni successive, condizionando fortemente l’operato dei governi e del legislatore”, conclude l’autrice della ‘Breve storia dell’ambiente in Italia’. “Le conseguenze si sarebbero fatte però sentire nei decenni successivi. La storia ci insegna che l’uso distruttivo delle risorse naturali e l’alterazione degli equilibri ecologici rappresentano un costo umano, economico e sanitario gigantesco per il Paese. Bisogna porre le problematiche ambientali in primo piano nell’agenda politica e investire in una operazione culturale di ampio respiro che riguardi scuole, università, enti di ricerca e di formazione, in un’opera di riconoscimento del valore dell’ambiente e delle sue risorse”.